12/09/2026
IL CANTIERE DI SAN PIETRO CAVEOSO
Il cantiere di San Pietro Caveoso è stato molto criticato in questi anni.
Io, devo essere sincero, ne sono sempre rimasto affascinato.
Sono affascinato dai cantieri in generale, dai ponteggi, dalle strutture provvisionali, da quelle costruzioni temporanee che per qualche mese cambiano completamente l'aspetto di un edificio. Sarà deformazione professionale, ma spesso trovo magnifico anche ciò che normalmente viene considerato soltanto un ingombro necessario ai lavori.
Quello di San Pietro Caveoso, però, è qualcosa di particolare.
La struttura dei ponteggi realizzata sul lato della Gravina, sospesa praticamente nel vuoto e aggrappata al costone sul quale sorge la chiesa, per me è già qualcosa che merita di essere osservato. Quasi un monumento temporaneo accanto al monumento.
Proprio perché intorno a questo cantiere ho letto negli anni molte critiche, mi sono incuriosito e sono andato a cercare la documentazione pubblicamente disponibile per capire che cosa si stia facendo realmente a San Pietro Caveoso.
Il titolo dell'intervento già racconta molto: “Interventi di sicurezza sismica del complesso monumentale di San Pietro Caveoso in Matera”.
Si tratta di un intervento finanziato nell'ambito del PNRR, con un quadro economico complessivo di 4,2 milioni di euro e con l'Arcidiocesi di Matera-Irsina quale soggetto attuatore. L'appalto riguarda sia il restauro dell'edificio monumentale sia, e in misura economicamente molto rilevante, opere strutturali specialistiche.
Perché il problema di San Pietro Caveoso non riguarda soltanto la chiesa.
Riguarda anche ciò che c'è sotto.
La chiesa sorge infatti sul margine del costone della Gravina e una parte fondamentale dell'intervento interessa proprio il consolidamento del versante roccioso. La documentazione progettuale descrive fratture degli strati superficiali, fenomeni di dissesto e crolli parziali del costone.
È interessante persino la vicenda amministrativa dell'appalto. La rilevanza delle opere sul costone è stata oggetto di un contenzioso arrivato davanti al TAR Basilicata, proprio in relazione alla qualificazione dei lavori. Il consolidamento del versante rappresentava oltre la metà dell'importo posto a base di gara e una parte preponderante delle lavorazioni appartiene infatti alla categoria OS21, quella delle opere strutturali speciali.
Poi è cominciato il cantiere.
Ed è qui che la storia, almeno per chi si occupa di restauro, diventa ancora più interessante.
Quel ponteggio sulla Gravina che tanto mi aveva colpito non ha semplicemente permesso di eseguire i lavori. Ha permesso di conoscere meglio il monumento.
Nella documentazione della Soprintendenza relativa alla variante del 2026 si parla espressamente del “ponteggio metallico realizzato sul costone della Gravina”. Grazie alla cantierizzazione è stato possibile raggiungere, osservare e indagare parti dell'edificio che in fase progettuale, proprio a causa delle condizioni estreme di accessibilità del fronte a strapiombo, non avevano potuto essere esaminate compiutamente.
E questo è uno degli aspetti più belli del restauro.
Il progetto è indispensabile, ma poi il cantiere diventa anche conoscenza. Si apre una struttura, si raggiunge una superficie prima inaccessibile, si fanno saggi, si scopre qualcosa che prima non era possibile vedere e il progetto deve essere capace di confrontarsi con ciò che il monumento restituisce.
È quello che è accaduto anche qui.
Nella Ca****la dell'Annunziata, per esempio, le verifiche effettuate durante i lavori hanno consentito di comprendere meglio spessore e composizione delle murature. Sono state eseguite indagini stratigrafiche sugli intonaci e, dove questi vengono rimossi, sono previste pulitura delle superfici, stilatura dei giunti con malte a base di calce e velature cromatiche. Gli eventuali lacerti affrescati devono invece essere conservati e consolidati.
Una vetrata policroma legata a piombo, trovata in avanzato stato di degrado, viene smontata, conservata in cantiere, sottoposta a restauro specialistico e successivamente ricollocata.
Anche il campanile racconta una storia interessante perché conserva le tracce di interventi precedenti.
Sono state individuate le teste dei micropali realizzati dopo il terremoto del 1980. Sulla balaustra, invece, vecchi interventi avevano introdotto barre metalliche all'interno degli elementi lapidei. L'ossidazione del ferro, con il conseguente aumento di volume, ha contribuito alla fratturazione e alla disgregazione della pietra.
Gli elementi recuperabili vengono catalogati e conservati, quelli ormai irrecuperabili vengono sostituiti con elementi compatibili per materiale, forma e lavorazione.
Ed è qui che compare anche il tanto discusso cemento.
Sulla sommità della balaustra era presente un massetto in cemento armato con rete elettrosaldata, frutto di un intervento relativamente recente. È stato rimosso perché giudicato incompatibile con le caratteristiche costruttive e materiche originarie e perché la sua rigidità, insieme all'ossidazione delle armature, aveva contribuito ai fenomeni di degrado.
Ma nello stesso cantiere il calcestruzzo viene anche utilizzato.
La vecchia soletta di accesso alle campane presentava putrelle metalliche fortemente ossidate e il consolidamento inizialmente previsto è stato ritenuto insufficiente. La variante prevede quindi la sua sostituzione con una nuova soletta in calcestruzzo armato, progettata per svolgere anche una funzione strutturale di cerchiatura interna del campanile, distribuendo i carichi sulle murature e contribuendo al comportamento scatolare della struttura.
Ed è forse questo uno degli aspetti che trovo più interessanti dell'intero intervento.
Nello stesso monumento il cemento viene rimosso dove è incompatibile e viene impiegato dove assume una precisa funzione strutturale.
Perché nel restauro, secondo me, il problema raramente è il nome di un materiale preso isolatamente. Bisogna capire dove viene utilizzato, perché viene utilizzato, quale funzione svolge e quale rapporto instaura con la materia esistente.
Anche sulle coperture le indagini rese possibili dal cantiere hanno mostrato una situazione più compromessa di quanto inizialmente previsto. Sono stati riscontrati elementi lesionati, impermeabilizzazioni degradate e materiali recenti incompatibili.
L'intervento prevede la scomposizione del manto, il recupero degli elementi ancora utilizzabili, l'eliminazione di quelli ammalorati o incompatibili e la ricostituzione della copertura recuperando i coppi originari e integrando soltanto quelli mancanti con elementi analoghi. Nei camminamenti viene ripristinato il cotto e compaiono ancora materiali come il cocciopesto e la pietra calcarenitica.
Persino la croce sommitale della facciata entra in questa storia. La documentazione fotografica storica ne ha consentito la ricostruzione in calcarenite, ma la Soprintendenza ha prescritto una semplificazione formale che permetta di riconoscere l'intervento contemporaneo.
Più leggevo la documentazione e più quel ponteggio che avevo sempre guardato dal basso assumeva per me un significato diverso.
Non era più soltanto quella straordinaria struttura sospesa sulla Gravina che mi aveva affascinato esteticamente.
Era lo strumento che aveva consentito di raggiungere il monumento, osservarlo da vicino, conoscerlo meglio e, in alcuni casi, modificare sulla base di quella conoscenza le scelte previste inizialmente.
Non entro nel merito delle polemiche che hanno accompagnato questo cantiere e non penso neppure che un intervento di questa complessità debba essere considerato perfetto per definizione.
Ma credo che prima di giudicare un cantiere di restauro valga sempre la pena provare a capire cosa ci sia dietro.
In questo caso dietro quei ponteggi c'è un intervento molto più complesso di quanto possa apparire guardandolo semplicemente dalla strada.
E forse anche il cantiere, ogni tanto, merita di essere guardato come parte della storia del monumento.
FOTO DI Paolo Irene
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