A. Castano Ebanisteria & Restauro

A. Castano Ebanisteria & Restauro

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- Tecnico del Restauro dei Beni Culturali
- Restauro conservativo di mobili antichi;
- Trattamento antitarlo

Dopo un percorso formativo decennale presso una delle migliori botteghe di restauro ligneo di Basilicata, dopo un ulteriore affinamento delle tecniche presso un artigiano liutaio in Francia, nasce nel 2010 il laboratorio Alessandro Castano Ebanisteria e Restauro. Un luogo in cui l’onestà e l’amore per le cose e la cultura d’un tempo, abbracciano i principi filosofici dell’eco-sostenibilità, affian

12/09/2026

IL CANTIERE DI SAN PIETRO CAVEOSO

Il cantiere di San Pietro Caveoso è stato molto criticato in questi anni.

Io, devo essere sincero, ne sono sempre rimasto affascinato.

Sono affascinato dai cantieri in generale, dai ponteggi, dalle strutture provvisionali, da quelle costruzioni temporanee che per qualche mese cambiano completamente l'aspetto di un edificio. Sarà deformazione professionale, ma spesso trovo magnifico anche ciò che normalmente viene considerato soltanto un ingombro necessario ai lavori.

Quello di San Pietro Caveoso, però, è qualcosa di particolare.

La struttura dei ponteggi realizzata sul lato della Gravina, sospesa praticamente nel vuoto e aggrappata al costone sul quale sorge la chiesa, per me è già qualcosa che merita di essere osservato. Quasi un monumento temporaneo accanto al monumento.

Proprio perché intorno a questo cantiere ho letto negli anni molte critiche, mi sono incuriosito e sono andato a cercare la documentazione pubblicamente disponibile per capire che cosa si stia facendo realmente a San Pietro Caveoso.

Il titolo dell'intervento già racconta molto: “Interventi di sicurezza sismica del complesso monumentale di San Pietro Caveoso in Matera”.

Si tratta di un intervento finanziato nell'ambito del PNRR, con un quadro economico complessivo di 4,2 milioni di euro e con l'Arcidiocesi di Matera-Irsina quale soggetto attuatore. L'appalto riguarda sia il restauro dell'edificio monumentale sia, e in misura economicamente molto rilevante, opere strutturali specialistiche.

Perché il problema di San Pietro Caveoso non riguarda soltanto la chiesa.

Riguarda anche ciò che c'è sotto.

La chiesa sorge infatti sul margine del costone della Gravina e una parte fondamentale dell'intervento interessa proprio il consolidamento del versante roccioso. La documentazione progettuale descrive fratture degli strati superficiali, fenomeni di dissesto e crolli parziali del costone.

È interessante persino la vicenda amministrativa dell'appalto. La rilevanza delle opere sul costone è stata oggetto di un contenzioso arrivato davanti al TAR Basilicata, proprio in relazione alla qualificazione dei lavori. Il consolidamento del versante rappresentava oltre la metà dell'importo posto a base di gara e una parte preponderante delle lavorazioni appartiene infatti alla categoria OS21, quella delle opere strutturali speciali.

Poi è cominciato il cantiere.

Ed è qui che la storia, almeno per chi si occupa di restauro, diventa ancora più interessante.

Quel ponteggio sulla Gravina che tanto mi aveva colpito non ha semplicemente permesso di eseguire i lavori. Ha permesso di conoscere meglio il monumento.

Nella documentazione della Soprintendenza relativa alla variante del 2026 si parla espressamente del “ponteggio metallico realizzato sul costone della Gravina”. Grazie alla cantierizzazione è stato possibile raggiungere, osservare e indagare parti dell'edificio che in fase progettuale, proprio a causa delle condizioni estreme di accessibilità del fronte a strapiombo, non avevano potuto essere esaminate compiutamente.

E questo è uno degli aspetti più belli del restauro.

Il progetto è indispensabile, ma poi il cantiere diventa anche conoscenza. Si apre una struttura, si raggiunge una superficie prima inaccessibile, si fanno saggi, si scopre qualcosa che prima non era possibile vedere e il progetto deve essere capace di confrontarsi con ciò che il monumento restituisce.

È quello che è accaduto anche qui.

Nella Ca****la dell'Annunziata, per esempio, le verifiche effettuate durante i lavori hanno consentito di comprendere meglio spessore e composizione delle murature. Sono state eseguite indagini stratigrafiche sugli intonaci e, dove questi vengono rimossi, sono previste pulitura delle superfici, stilatura dei giunti con malte a base di calce e velature cromatiche. Gli eventuali lacerti affrescati devono invece essere conservati e consolidati.

Una vetrata policroma legata a piombo, trovata in avanzato stato di degrado, viene smontata, conservata in cantiere, sottoposta a restauro specialistico e successivamente ricollocata.

Anche il campanile racconta una storia interessante perché conserva le tracce di interventi precedenti.

Sono state individuate le teste dei micropali realizzati dopo il terremoto del 1980. Sulla balaustra, invece, vecchi interventi avevano introdotto barre metalliche all'interno degli elementi lapidei. L'ossidazione del ferro, con il conseguente aumento di volume, ha contribuito alla fratturazione e alla disgregazione della pietra.

Gli elementi recuperabili vengono catalogati e conservati, quelli ormai irrecuperabili vengono sostituiti con elementi compatibili per materiale, forma e lavorazione.

Ed è qui che compare anche il tanto discusso cemento.

Sulla sommità della balaustra era presente un massetto in cemento armato con rete elettrosaldata, frutto di un intervento relativamente recente. È stato rimosso perché giudicato incompatibile con le caratteristiche costruttive e materiche originarie e perché la sua rigidità, insieme all'ossidazione delle armature, aveva contribuito ai fenomeni di degrado.

Ma nello stesso cantiere il calcestruzzo viene anche utilizzato.

La vecchia soletta di accesso alle campane presentava putrelle metalliche fortemente ossidate e il consolidamento inizialmente previsto è stato ritenuto insufficiente. La variante prevede quindi la sua sostituzione con una nuova soletta in calcestruzzo armato, progettata per svolgere anche una funzione strutturale di cerchiatura interna del campanile, distribuendo i carichi sulle murature e contribuendo al comportamento scatolare della struttura.

Ed è forse questo uno degli aspetti che trovo più interessanti dell'intero intervento.

Nello stesso monumento il cemento viene rimosso dove è incompatibile e viene impiegato dove assume una precisa funzione strutturale.

Perché nel restauro, secondo me, il problema raramente è il nome di un materiale preso isolatamente. Bisogna capire dove viene utilizzato, perché viene utilizzato, quale funzione svolge e quale rapporto instaura con la materia esistente.

Anche sulle coperture le indagini rese possibili dal cantiere hanno mostrato una situazione più compromessa di quanto inizialmente previsto. Sono stati riscontrati elementi lesionati, impermeabilizzazioni degradate e materiali recenti incompatibili.

L'intervento prevede la scomposizione del manto, il recupero degli elementi ancora utilizzabili, l'eliminazione di quelli ammalorati o incompatibili e la ricostituzione della copertura recuperando i coppi originari e integrando soltanto quelli mancanti con elementi analoghi. Nei camminamenti viene ripristinato il cotto e compaiono ancora materiali come il cocciopesto e la pietra calcarenitica.

Persino la croce sommitale della facciata entra in questa storia. La documentazione fotografica storica ne ha consentito la ricostruzione in calcarenite, ma la Soprintendenza ha prescritto una semplificazione formale che permetta di riconoscere l'intervento contemporaneo.

Più leggevo la documentazione e più quel ponteggio che avevo sempre guardato dal basso assumeva per me un significato diverso.

Non era più soltanto quella straordinaria struttura sospesa sulla Gravina che mi aveva affascinato esteticamente.

Era lo strumento che aveva consentito di raggiungere il monumento, osservarlo da vicino, conoscerlo meglio e, in alcuni casi, modificare sulla base di quella conoscenza le scelte previste inizialmente.

Non entro nel merito delle polemiche che hanno accompagnato questo cantiere e non penso neppure che un intervento di questa complessità debba essere considerato perfetto per definizione.

Ma credo che prima di giudicare un cantiere di restauro valga sempre la pena provare a capire cosa ci sia dietro.

In questo caso dietro quei ponteggi c'è un intervento molto più complesso di quanto possa apparire guardandolo semplicemente dalla strada.

E forse anche il cantiere, ogni tanto, merita di essere guardato come parte della storia del monumento.

FOTO DI Paolo Irene

11/09/2026

La porta prende forma.
Al momento sono soddisfatto. Gli inserti per l'allungamento si leggono poco.

10/09/2026

Negli ultimi anni ci siamo dedicati quasi esclusivamente al restauro di porte e portoni storici. Una cosa che non mi è dispiaciuta affatto, perché mi ha permesso di scoprire la bellezza e la complessità di questi elementi dell’arredo urbano, fino al punto da spingermi a iniziare una vera e propria ricerca su di essi.

In questi anni ho osservato, studiato, confrontato tecniche costruttive, materiali, ferramenta e finiture. E, paradossalmente, più sono andato avanti e più mi è sembrato di capirci sempre meno. Credo però che faccia parte di qualsiasi percorso di studio. All’inizio non conosci neppure le domande, mentre andando avanti le domande aumentano e ti accorgi di quante cose ci siano ancora da capire.

Adesso è arrivato il momento di tornare anche ai mobili. In bottega ce ne sono diversi che aspettano di essere iniziati o completati e nelle prossime settimane il lavoro si concentrerà parecchio su di loro.

E devo dire che la cosa mi fa piacere. La passione per il mobile non è mai scomparsa e, appena ricominci a lavorarci, si riaccende immediatamente. Oggi però c’è anche una consapevolezza diversa e credo di poter affrontare questo lavoro con lo stesso atteggiamento con cui in questi anni ho affrontato lo studio dei portoni, senza limitarmi a restaurare, ma fermandomi davanti alle cose che non conosco, facendomi domande, cercando risposte e approfondendo tecniche, materiali, storia e costruzione.

So già che ogni mobile farà nascere altre domande e che ogni risposta probabilmente ne farà nascere altre ancora. Ma forse è proprio questa la parte più bella del mestiere.

Quello in foto è uno dei primi lavori appena conclusi, un tavolino che adesso tornerà a Roma, da dove è arrivato. La finitura è stata eseguita a gommalacca a tampone, mantenendo volutamente un grado di brillantezza contenuto perché il committente desiderava una superficie semilucida, senza arrivare all’effetto molto brillante che può raggiungere una lucidatura a tampone.

08/09/2026

Lavoriamo ancora sulla porta da ridimensionare

07/09/2026

Il mio Doge 65, sempre al servizio del Restauro.
Anche quando non siamo noi a operare!

04/09/2026

Perché non applicare l’IVA al 4% anche al restauro, come avviene per i libri?

È una domanda che mi sto facendo e che vorrei trasformare in una proposta.

Non penso all’IVA agevolata come a un semplice vantaggio fiscale per chi fa il mio mestiere. Il ragionamento è molto più ampio.

Restaurare significa, prima di tutto, conservare.

Significa evitare che un mobile, una porta, un portone o un altro manufatto ancora recuperabile diventino un rifiuto e vengano sostituiti da qualcosa di nuovo. Significa utilizzare materia che esiste già, consumare meno nuove materie prime e ridurre tutto ciò che comporta la produzione di un nuovo oggetto: lavorazioni, energia, imballaggi, trasporti.

Da questo punto di vista il restauro è una forma concreta di economia circolare. Anzi, viene ancora prima del riciclo: invece di recuperare il materiale dopo aver distrutto l’oggetto, continuiamo a utilizzare l’oggetto stesso.

Naturalmente questo principio non riguarda soltanto il restauro. Riparare un elettrodomestico, un computer o qualsiasi altro oggetto anziché buttarlo risponde alla stessa logica e probabilmente meriterebbe anch’esso di essere incentivato.

Nel restauro, però, alla dimensione ambientale se ne aggiunge un’altra: quella culturale.

E non parlo soltanto dei beni vincolati o delle opere di particolare interesse storico e artistico.

Anche un comune mobile antico, una vecchia porta o un portone possono essere testimonianze della nostra cultura materiale: conservano tecniche costruttive,, ferramenta, tracce degli strumenti, materiali, colori, modifiche e riparazioni avvenute nel corso del tempo.

Nel mio lavoro, per esempio, mi è capitato più volte di smontare antichi portoni e trovare al loro interno una data e la firma del falegname che li ha costruiti. Quelle semplici scritte hanno permesso di recuperare i nomi di vecchi falegnami materani e, attraverso i social e il confronto con altre persone, in alcuni casi persino di rintracciarne i discendenti.

A quel punto un portone non è più soltanto un insieme di pezzi di legno. Diventa anche un documento che ci racconta chi lo ha costruito, come lavorava e quali tecniche utilizzava.

Se lo sostituiamo, rischiamo di perdere anche queste informazioni.

È per questo che considero il restauro un’attività culturale: conservando gli oggetti conserviamo anche una parte della conoscenza che essi contengono.

E allora mi chiedo:

se riconosciamo ai libri un valore culturale tale da applicare loro un’IVA agevolata al 4%, perché non riconoscere un principio analogo al restauro?

Un’IVA al 4% sugli interventi di restauro e conservazione potrebbe rendere economicamente più conveniente recuperare anziché sostituire, unendo in una stessa misura tutela della cultura materiale e sostenibilità ambientale.

La mia, naturalmente, è una proposta che andrebbe studiata e valutata dal punto di vista tecnico, fiscale e normativo. Ma credo che valga la pena discuterne.

Mi piacerebbe sapere cosa ne pensano restauratori, artigiani, professionisti del settore e cittadini. E mi piacerebbe che questa proposta arrivasse alle associazioni di categoria e a chi possiede gli strumenti e le competenze per valutarne la fattibilità e, se ritenuta valida, provare a portarla nelle sedi istituzionali.

Il principio dal quale parto è " Il conservare dovrebbe essere incentivato".

E quando conservare significa anche tramandare cultura, credo che questo valore dovrebbe essere riconosciuto.

04/09/2026

Dopo aver visto il mio video sulla falsa coda di rondine, un ragazzo, passeggiando per Fasano, si è fermato ad osservare la porta di un vecchio edificio.

Proprio in corrispondenza della giunzione tra un montante e un traverso, il legno si è spaccato e la rottura ha messo in evidenza l'incastro.

E guarda caso è proprio una falsa coda di rondine.

A quel punto gli è venuto spontaneo fotografarla e mandarmi la foto, dicendomi: «Guarda, grazie al tuo video mi sono fermato ad osservare questa porta e ho riconosciuto dal vivo proprio l'incastro di cui parlavi».

Questa cosa mi ha fatto molto piacere.

03/09/2026

Che ve ne pare?

03/09/2026

Ridimensioniamo una porta

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