22/09/2026
C’è un materiale che per millenni abbiamo usato guardandolo appena. Poi è arrivato un uomo che ha deciso di farlo stare in piedi.
Fiam Italia ci ha aperto le porte di casa.
Lo stabilimento di Tavullia, dove il vetro curvato nasce ancora da gesti manuali e poi Villa Miralfiore la dimora del ‘500 dove Vittori Livi ha raccolto cinquant’anni di progetto in un museo che è prima di tutto un autoritratto.
Livi aveva 17 anni quando fondò la sua prima azienda. Nel 1973, dopo averne fondate e fatte crescere altre cinque nel mondo del vetro per il mobile, immaginò qualcosa che nessuno aveva mai osato: far sedere una persona su una lastra di vetro.
Da quella intuizione, l’Onda Pouf, nacque FIAM, la prima azienda al mondo a dedicare un’intera collezione all’arredo in vetro curvato. Prima, negli interni il vetro era un accessorio. Dopo, è diventato struttura, luce, scultura.
Il resto è storia del design: Ragno, il primo tavolo ricavato da un unico foglio di vetro.
Ghost, la prima seduta monolitica in cristallo curvato, oggi al Musée des Arts Décoratifs di Parigi e di Montréal. Le firme di Aulenti, Starck, Mari, Magistretti, Mendini, Arad, Libeskind, Wanders. I pezzi esposti in 25 musei internazionali.
Un percorso riconosciuto con Compasso d’Oro alla Carriera, nomina a Commendatore della Repubblica, laurea honoris causa e Sigillo dell’Università di Urbino, che lo ha definito “un moderno artefice di ascendenza rinascimentale”. E che tocca anche la fede: il Crocifisso di Pesaro con Giuliano Vangi per Papa Benedetto XVI e Gesù, Energia del Mondo, donato a Papa Francesco.
Alla domanda su cosa serva per riuscire, Vittorio Livi risponde con tre parole: artigianato, creatività e follia. E di sé dice di essere testimone di un sogno.
Oggi il testimone è passato ai figli e il vetro continua a essere trattato come materia viva: fusa, texturizzata, colorata, resa calda al tatto.
Perché ciò che FIAM ha capito prima di tutti è che il vetro non è un materiale fragile. È un materiale coraggioso.
Per noi che lo raccontiamo ogni giorno ai nostri clienti, questa visita è stata la conferma che l’arredo italiano non esporta oggetti, esporta la cultura del fare.