Autodemolizioni Dolfi

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“Mamma mia, perché non vieni a prendermi? Io qui faccio la brava... inviami almeno un paio di calze e un poco di pane.”

“Vi ho scritto già tre volte questo mese ma non ricevo mai una parola. Mi domando se vi siete dimenticati di me.”

“Caro marito, qui ci mettono i ferri ai polsi e ci tengono al buio. Io non sono matta... fammi uscire da questo inferno.”

Al manicomio Santa Maria della Pietà di Roma è andato in scena per decenni uno dei drammi più silenziosi e spietati dell’istituzionalizzazione: la cancellazione della memoria e degli affetti.
Migliaia di persone internate continuavano a impugnare la matita per gridare al mondo che esistevano ancora. Chiedevano notizie dei figli, mendicavano un abbraccio, supplicavano un pezzo di pane secco.
Ma quelle lettere non hanno mai varcato i cancelli della struttura.
I medici le intercettavano, le censuravano e le spillavano direttamente dentro le cartelle cliniche, etichettando la richiesta di contatto umano o la denuncia degli abusi come “grafomania”, “ossessione” o “delirio di persecuzione”.
Il risultato è stato un doppio isolamento devastante: fuori, le famiglie si convincevano che il proprio caro avesse smesso di amarle.
Dentro, i pazienti morivano lentamente convinti di essere stati abbandonati dal mondo.
Quelle lettere sono rimaste sepolte al buio per mezzo secolo nei faldoni d'archivio. Oggi, restituire loro la parola non è solo memoria: è un atto di giustizia viscerale.

💬 Che effetto ti fa sapere che le loro uniche parole d’amore sono rimaste sequestrate per 50 anni? Parliamone nei commenti.

📍 FONTI E DOCUMENTI UFFICIALI:
• Archivio Storico del Santa Maria della Pietà (ASL Roma 1) 
• Progetto "Carte da Legare" (Ministero della Cultura) 
• Museo Laboratorio della Mente (ASL Roma 1) 29/08/2026

“Mamma mia, perché non vieni a prendermi? Io qui faccio la brava... inviami almeno un paio di calze e un poco di pane.” “Vi ho scritto già tre volte questo mese ma non ricevo mai una parola. Mi domando se vi siete dimenticati di me.” “Caro marito, qui ci mettono i ferri ai polsi e ci tengono al buio. Io non sono matta... fammi uscire da questo inferno.” Al manicomio Santa Maria della Pietà di Roma è andato in scena per decenni uno dei drammi più silenziosi e spietati dell’istituzionalizzazione: la cancellazione della memoria e degli affetti. Migliaia di persone internate continuavano a impugnare la matita per gridare al mondo che esistevano ancora. Chiedevano notizie dei figli, mendicavano un abbraccio, supplicavano un pezzo di pane secco. Ma quelle lettere non hanno mai varcato i cancelli della struttura. I medici le intercettavano, le censuravano e le spillavano direttamente dentro le cartelle cliniche, etichettando la richiesta di contatto umano o la denuncia degli abusi come “grafomania”, “ossessione” o “delirio di persecuzione”. Il risultato è stato un doppio isolamento devastante: fuori, le famiglie si convincevano che il proprio caro avesse smesso di amarle. Dentro, i pazienti morivano lentamente convinti di essere stati abbandonati dal mondo. Quelle lettere sono rimaste sepolte al buio per mezzo secolo nei faldoni d'archivio. Oggi, restituire loro la parola non è solo memoria: è un atto di giustizia viscerale. 💬 Che effetto ti fa sapere che le loro uniche parole d’amore sono rimaste sequestrate per 50 anni? Parliamone nei commenti. 📍 FONTI E DOCUMENTI UFFICIALI: • Archivio Storico del Santa Maria della Pietà (ASL Roma 1) • Progetto "Carte da Legare" (Ministero della Cultura) • Museo Laboratorio della Mente (ASL Roma 1)

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